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Il silenzio: categoria essenziale della vita del cristiano
 


Se possiamo trovare un aggettivo che caratterizza questo tempo che ci accompagna al tempo di Natale questo è certamente il silenzio.  Per il mondo di oggi, in cui tutti noi viviamo, il silenzio ha connotazioni negative ed è sinonimo di vuoto, solitudine, depressione, assenza di presenza di sé e degli altri.
Perciò la maggior parte di coloro che conosciamo rifugge il silenzio. L’uomo di oggi riempie le ore della propria giornata di rumori, di incontri con cose e persone pur di evitare di rimanere da solo con se stesso e con la propria assenza di significato. La perdita del valore del silenzio è certamente provocata dalla perdita di interiorità.

Ma cos’è in realtà il silenzio? Il silenzio non è soltanto esclusione di parole e non si deve considerare unicamente nel suo elemento negativo, come stato di oblio, di vuoto, di nulla. Ha invece un carattere positivo: è la categoria indispensabile per l’ascolto di Dio e per poter accogliere la sua comunicazione, è l’atmosfera vitale della preghiera e del culto divino.

La via privilegiata per giungere alla vita interiore è il silenzio, come mostrano unanimi tutte le scuole spirituali, induismo (yoga come disciplina del silenzio), buddhismo, sapienza greca (Pitagora imponeva 5 anni di silenzio a chi voleva essere accolto come suo discepolo), il deserto nella tradizione cristiana.

Quindi parlando del silenzio, non parliamo di qualcosa di secondario, ma di essenziale.

È indubbio che oggi vi sia una consapevolezza abbastanza scarsa nella coscienza cristiana media riguardo al silenzio e alla sua importanza. Quando il cardinale Carlo Maria Martini scrisse la sua prima lettera pastorale, intitolata appunto La dimensione contemplativa della vita, la reazione del clero milanese fu a metà tra delusione e scetticismo.

Oggi l’educazione cristiana tradizionale è molto più improntata sul fare. Questo emerge anche dalla qualità della nostra preghiera, non sempre tale da rispettare l’indicazione di Gesù: “quando pregate non sprecate parole” (Matteo 6, 7), ed emerge dalla qualità delle nostre liturgie, così poco ricolme di autentica preghiera e di momenti di silenzio.

Anche da parte del cosiddetto “mondo” (come se noi non fossimo mondo, l’unico mondo creato da Dio) vi è una duplice e contraddittoria disposizione di fronte al silenzio. Da un lato, visto che l’anima occidentale si ritrova così assediata dal rumore e dal nervosismo e per questo così bisognosa di quiete, esso è sentito come un’esigenza profonda dell’anima. Dall’altro lato però negli esseri umani c’è anche un indubbio timore di fronte all’esperienza del silenzio, il quale ricorda così da vicino la morte. Pascal assegna all’incapacità degli uomini di stare racchiusi per più di mezz’ora da soli in silenzio in una stanza l’origine dei loro problemi: “Tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera… ecco perché gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto… Obbediscono a un segreto istinto che li spinge a cercare fuori di sé il divertimento e l’occupazione… La noia, con la consueta autorità, non smetterebbe di uscire dal fondo del cuore, dove ha radici naturali, colmando lo spirito di veleno”.

Ai nostri giorni vi sono sempre più persone che non possono vivere senza la tv costantemente accesa. Questa è la paura di fronte alla noia, e il continuo ricorrere al "divertissement" come uscita da sé, come dispersione, per vincerla. La nostra energia interiore è sempre proiettata verso l’esterno, di modo che se non c’è più un punto esterno a cui appoggiarsi, cade, sente il vuoto, e le sembra di morire. Per questo c’è una difficoltà immensa nel fare silenzio.

Le grandi tradizioni spirituali dell’umanità collegano la saggezza in modo inversamente proporzionale alla quantità di parole usate: meno si parla, più si è saggi. Il libro dei Proverbi dice: “Chi è parco di parole possiede la scienza, uno spirito silenzioso è un uomo intelligente” (17, 27).

Il saggio è colui che parla poco. Perché? Perché ha una cosa più importante da fare: ascoltare. La dimensione spirituale matura è legata alla capacità di ascoltare, in silenzio, ben più che alle parole che si dicono. E per essere attenti, occorre saper fare silenzio. Innanzitutto dentro se stessi.

Il silenzio e le parole descrivono due tipologie di vita interiore: quella nella quale il lavorio della psiche è disciplinato (il silenzio), e quella nella quale è continuamente all’opera (le parole). Molto spesso le conversazioni tra gli uomini sono monologhi dove l’altro è solo l’occasione per parlare di sé perché in realtà non lo si ascolta, e non lo si ascolta perché non si è capaci di farlo, e non si è capaci perché manca la condizione essenziale, cioè il silenzio interiore.

Per tutte le grandi tradizioni spirituali il saggio è colui che parla poco e che, di conseguenza, è in grado di ascoltare molto. L’ascolto lo rende in grado di ricordare, ripensare, riflettere, cioè di collegare tra loro i molteplici e contraddittori messaggi della vita. Questo lavoro di elaborazione delle informazioni per trovarne il senso complessivo è il più alto lavoro del pensiero. Si tratta di una cosa che non dipende dall’erudizione, ma dal silenzio interiore: per questo si può incontrare un contadino saggio e un professore di teologia stupido.

Questo vale anche per la lettura. La vera lettura non è quella veloce di chi vuole consumare, andare a vedere come va a finire, per poi passare subito ad altro. La vera lettura è quella lenta, attenta, che sa scendere sotto la superficie delle parole. È quasi sempre la seconda o la terza lettura, quasi mai la prima. Rileggere è molto più importante che leggere. La lettura vera non si può fare senza silenzio interiore.

Il silenzio è necessario per capire perché mette a tacere dentro di noi l’immaginazione, ciò che Marco Aurelio chiamava phantasia, cioè il pensiero legato ai desideri, alle attese, ai bisogni e agli impulsi dell’io. Il più delle volte il pensiero degli uomini è guidato dalle passioni, non si cerca la verità ma solo la convenienza.

Per ascoltare la verità occorre mettere a tacere dentro di noi le passioni (di ogni tipo, comprese quelle devote), e iniziare a vedere la realtà per quello che è in se stessa. Per questo il grado di maturità di una persona è legata alla capacità di silenzio e di ascolto: perché è solo tacendo e ascoltando che si vede quello che è e lo si capisce, ed è solo capendo che si cresce. Lo stadio immaturo della mente invece legge il mondo a partire da sé e così vede in ogni evento qualcosa di bene o qualcosa di male, in ogni persona un amico o un nemico: non è libero da sé e interpreta tutto a partire dal proprio interesse.

Che cosa si capisce del mondo quando si legge il mondo così? Che cosa succede all’anima che fa silenzio dentro di sé?

Esiste un percorso a tre livelli:

Il primo livello coincide con la percezione della vanità del mondo. La mente che inizia a essere liberata dal silenzio vede il mondo e le cose per cui la maggioranza si affanna come del tutto prive di valore, come inganni, come trappole. È il momento del massimo distacco dal mondo: la liberazione dai suoi idoli coincide con la distanza dal mondo in quanto tale, è il contemptus mundi della tradizione ascetica.

Il secondo livello, che nasce quando l’anima va acquisendo maturità, inizia il cammino di riconciliazione verso il mondo, il quale viene a essere compreso non più come pura negatività, ma tale da contenere anche molte cose buone. Il mondo quindi emerge come contraddizione, anzi come antinomia.

Il terzo livello si ha quando, facendo silenzio ancora di più, lavorando su se stessi, appare un livello ancora più profondo della realtà, cioè che tutto è uno, che l’essere è unificato e che tutto è bene. È ciò che la fisica contemporanea insegna dicendo che ogni fenomeno materiale è riducibile all’energia che lo costituisce: tutto è energia. Gli atomi che formano le mie molecole provengono dalle stelle e chissà da quanti altri esseri viventi: pensiamo al cibo che assumiamo e che costituisce il nostro corpo. Si comprende che tutto è uno (Brahman, essere), che i fenomeni materiali sono solo apparenze dietro cui c’è la vera realtà, che sempre permane, che non si crea né si distrugge, che è eterna.

Ora forse comprendiamo che l’esperienza spirituale non è uscire dalla vita, ma comprendere la logica profonda e vera della vita. La più alta esperienza spirituale coincide col comprendere che tutto è energia, cioè che tutto è spirito, perché il termine greco per spirito, cioè pneuma, indica precisamente il soffio igneo che costituisce il fuoco ed è la perfetta intuizione dell’energia e del suo calore vitale. Fare un’esperienza spirituale è toccare il cuore della vita.

Per avere una reale esperienza spirituale non è indispensabile superare la materia, uscire dal mondo, andare necessariamente in chiesa o isolarsi in un monastero. Può avvenire in mille altri modi questa commozione per lo spirito santo della vita che si chiama esperienza spirituale. L’unica cosa veramente indispensabile è la solitudine, il silenzio interiore.

In quest'epoca di alta comunicazione, dove le nostre possibilità di entrare in contatto con gli altri e di comunicare con ogni parte del mondo sono amplificate da tutti i mezzi a nostra disposizione, possiamo constatare di sentirci sempre più soli; o di sapere molte più notizie, ma di scoprirci più superficiali; di conoscere molto più velocemente e più ampiamente tutte le tragedie che affliggono la nostra umanità, ma di ritrovarci con un cuore meno sensibile, più indurito.

È il segnale che siamo a corto di silenzio; le nostre parole non nascono dal silenzio e non vi ritornano e, perciò, faticano ad essere segni di comunione; la sovrabbondanza di comunicazione, senza il silenzio, è incapace di produrre la più piccola autentica relazione. I mezzi di comunicazione che abbiamo creato finiscono per passare da strumenti a padroni della nostra vita e, paradossalmente, invece di metterci in autentica relazione, ci isolano.

La greppia di Betlemme dona, anche quest'anno, la bella notizia del silenzio capace di custodire il nostro rapporto con Dio e con i fratelli e così preservare e alimentare la parte più intima di noi.