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È GUERRA CIVILE SOTTO LA TORRE EIFFEL?

300 comuni coinvolti; 8400 auto, decine di aule e palestre bruciate, edifici pubblici lesionati, 250 milioni di euro di danni, oltre 3000 arresti e quasi 400 condanne, 90 giorni di stato d'emergenza.
E' questo il bilancio di circa tre settimane di scontri nella periferia della capitale francese.
Tutto ha avuto origine lo scorso 27 ottobre, quando due ragazzini di origini maghrebine, nel tentativo di sfuggire ad un controllo delle forze dell'ordine, si sono rifugiati in una cabina elettrica, rimanendovi disgraziatamente fulminati.
La tragica morte dei due giovani ha così scatenato una vera e propria rivolta nei quartieri ghettizzati, le " banlieues", della periferia parigina: protagonisti sono i giovani immigrati di seconda o terza generazione, emarginati, disoccupati, con alle spalle situazioni familiari disastrose.
La Francia si trova a dover fronteggiare una condizione di emergenza , una rivolta sociale spontanea, priva di motivazioni ideologiche o religiose, come sarebbe facile pensare oggi: i giovani "ribelli" vogliono esprimere la loro rabbia e frustrazione sociale nei confronti del modello d'integrazione francese che permette all'immigrato di acquisire la piena cittadinanza solo in cambio della rinuncia alla propria identità culturale.
Le politiche sociali francesi sull'immigrazione, d'altronde, sono state adottate in base ad una mentalità garantista e assistenzialista che ha spinto le comunità d'immigrati a concentrarsi nelle periferie cittadine, unite dal desiderio comune della ricerca di una propria identità: i giovani di queste stesse comunità, chiusi nei loro quartieri, hanno, così, generato una sorta di "controcultura" giovanile, che si nutre del risentimento nei confronti del potere istituito e dell'odio verso la polizia, simbolo di oppressione.
Si tratta, insomma, di una crisi di identità delle minoranze culturali a causa di un processo di integrazione, di assimilazione, troppo lento rispetto agli attuali flussi migratori tanto ingenti da modificare, inevitabilmente, la struttura e il sistema sociale del Paese d'accoglienza.
Così, mentre Chirac e i suoi ministri si preoccupano si sottolineare che «La Francia è il primo Paese europeo per gli investimenti stranieri» e che la condizione delle loro periferie «resta migliore che in molti altri Paesi» i disordini continuano tra morti, feriti e danni sempre più ingenti.
Se la Francia è in fiamme, non basta ripulire la periferia dalla "teppaglia" ma è necessario affrontare il problema alle sue radici: il ricorso alla violenza non è mai né accettabile, né giustificabile; bisogna prendere atto del fatto che le società europee sono diventate, ormai, società multiculturali all'interno delle quali è necessario rispettare ogni diversità di colore, religione, costume, tradizioni e lingua contro qualsiasi forma di emarginazione e discriminazione.
Chissà, se prima o poi, queste belle parole si trasformeranno in realtà!?

Graziella Mendicino